PARMA
PIACENZA
COLI

CASTELLO DI MONTECHIARO
QUATTROCCHIO
FERRARA
RAVENNA
MODENA

ORDINI MONASTICI REGOLARI ED ERETICI

PARMA

Da "La badia di Chiaravalle della Colomba sul Piacentino: cenni storici" di Guglielmo Bertuzzi - 1905 - a pagina 53 si legge: "Reggeva il monastero della Colomba Guglielmo Quattrocchi, quando nel 1266 ..."

Da "La storia di Parma" di Ireneo Affo - vol. 4 - pag. 13 si legge: "Costanza d'Este fece vendita di certi beni all'Abate della Colomba Guglielmo Quattrocchio nell'anno 1276".

Dall'Archivio Vallardi Guglielmo risulta Abate gia' dall'anno 1252.

STORIA DELLA CITTA' DI PARMA-IRENEO AFFO-TOMO TERZO

ABATE GUGLIELMO QUATTROCCHIO

Lasciar non voglia di ricordare una pergamena spettante al giorno 10 di Marzo del 1276 da me veduta nell' Archivio del Monistero di Chiaravalle della Colomba , da cui s' imparan due cose , cioe' che Guglielmo Marchese Pallavicino figliuolo di Manfredo da Scipione aveva allora in moglie Costanza figliuola del Marchese Azzo d' Este gia' vedova di Uberto Conte di Maremma , e che questi due nobili Conjugi abitavano in una casa di loro diritto in Rivo Sanguinaro , dove la detta Costanza fece vendita di certi beni al P. Abate della Colomba Guglielmo Quattrocchio . Nel testamento suo appartenente al 25 di Marzo del 1252 a aveva il Marchese Manfredo commemorato il suo Podere di Rivo Sanguinaro, ed ora vediamo qual dei figliuoli suoi, che furono Guglielmo, Enrico, Uberto, e Guidotto ne avesse la proprieta' : continuandosi a scorgere ancora in vigore le disposizioni del vecchio Marchese Guglielmo padre di Manfredo, che a' suoi figliuoli diviso aveva i beni in maniera da farne loro possedere ad un tratto sul Parmigiano, e sul Piacentino.

Cantico delle Creature di San Francesco

Letto e interpretato da Paolo Demanincor - Musica Gilberto Quattrocchio (free download mp3)

La badia di Chiaravalle della Colomba sul Piacentino: cenni storici
di Guglielmo Bertuzzi - 1905

Pagina 138- ... cistercensi — Diploma di Federico per la badia e le opere dell'abate Baiamonte... ed i monaci — L' abate Guglielmo Quattrocchio.

La badia di Chiaravalle della Colomba sul Piacentino: cenni storici - di Guglielmo Bertuzzi - 1905

Pagina 120: - 1185 » Baiamonte Visconti. 1229 » Raineri. 1266 » Guglielmo Quattrocchi. 1311 » Goffredo. 1326 »

Quattrocchio Alessandro sedette nel 1586 nel Consiglio Generale tra i nobili della classe Scotti. La famiglia si estinse alla fine del XVI secolo.

Fondo della famiglia Landi: archivio Doria Landi Pamphiji
Pubblicato da Presso la Deputazione di storia patria per le province parmensi

Pagina 12: ... famiglia titolata Ugolino Quattrocchi; Calvo di la Sala di...

DIZIONARIO TOPOGRAFICO DEI COMUNI COMPRESI ENTRO I CONFINI NATURALI D'ITALIA
di Attilio Zuccagni-Orlandini - 1861

PARMA - (Emilia). Prov. di Parma; circond. di Parma, mand. di Parma. Siede questa città in bella ed ubertosa pianura a poche miglia dell'Appennino e dal Po, ed a cavaliere del fiume omonimo che la divide in due parti, chiamate al di qua e al di lù dell'acqua, che si congiungono mediante tre ponti. E cinta di mura con bastioni ed ha cinque porte. La Via Emilia biparte la città tra porta S. Croce, e quella di S. Michele. Le strade sono generalmente simmetriche e pulite. È adorna di belle ed eleganti piazze, fra le quali distinguesi la così detta Grande. Tra gli edifici pubblici primeggia il palazzo Ducale, che se non presenta grandiosa magnificenza ha però molta eleganza, ed ha belli e principeschi appartamenti ; solido e grandioso edilizio è quello detto la Piletta, che contiene il museo d'antichità; la biblioteca ducale; l'accademia e la galleria delle belle arti ; l'anfiteatro farnesiano ; gli archivj dello stato, e la tipografia reale. Anche il palazzo del governo, e quello del comune sono di qualche considerazione. Grande, comodo e saluberrimo è l'edifizio delle beccherie. È anche ben fornita Parma di belle e assai comode abitazioni, e fabbriche di proprietà di privati. Magnifico ed elegante è il teatro reale. Oltre il giardino ducale, Parma è provveduta di pubblici passeggi e tra questi notevole è lo stradone cui è annesso l'orto botanico ed il castello. Tra le chiese è osservabile la cattedrale, il battistero a questa vicino, insigne monumento del medio evo, e la steccata nel cui sotterraneo sono racchiuse le ceneri della maggior parte dei dominatori di Parma. Ha una università ; scuole ; collegj ; istituti ; ospedali ; ospizj ; asili di beneficenza; conservatorj ; monte di pietà. Il territorio è fertilissimo, e non vi manca l'industria manifatturiera: amenissimi sono pure i suoi dintorni. Popol. 45,673.

PIACENZA

ARTICOLO GIORNALE BANCA FLASH - ANNO II - n. 3 - 1988

notiziario riservato agli azionisti della Banca di Piacenza.
Banche e banchieri nella storia piacentina


LA FORTUNA MEDIOEVALE DEI MERCANTI E DEI CAMBIATORI PIACENTINI

"Pierre Racine, in uno dei suoi pregevoli studi sulla storia di Piacenza, ha dimostrato che le prima pratiche bancarie medioevali nascono e si sviluppano a Genova nella seconda metà del XII secolo. A quell'epoca i piacentini hanno già rapporti economici con la città ligure, ma solo di carattere esclusivamente mercantile, vendono fustagno lavorato e comprano materie prime per il settore del tessile, allora in grande espansione, oltre a cuoio e pelli. Una comunità di mercanti della città padana si stabilisce a Genova per partecipare agli affari del porto e, con il tempo, i singoli mercanti si diffondono anche nei porti mediterranei, specie a Montpellier e a Marsiglia. Nei documenti notarili genovesi cominciano ad apparire i nomi delle nobili casate piacentine: Anguissola e Bracciforti. Con lo sviluppo progressivo del commercio europeo, grazie soprattutto alle fiere di Champagne, nel XII secolo si affinano i metodi di prestito e di cambio: proprio in questo settore a Genova, che all'epoca rappresenta il massimo porto di scambio tra Mediterraneo e continente, i piacentini perfezionano - se non inventano, dice Racine - il contratto di cambio. Raccolgono, cioè, il denaro su una piazza e, tramite un agente, lo cambiano in una valuta differente su un'altra piazza, dove ad esempio, si tiene un mercato, per poter evitare il trasporto del denaro. Il primo banchiere citato nei rogiti notarili nel 1206 proviene da Rivergaro e non ne conosciamo il nome, ma durante il 1200 affiorano i più importanti: Giovanni Ascherio, Gregorio Nigrobono, Simone di Gualtiero, Guglielmo Leccacorvo che, con il socio Leonardo Rozo, è quello più attivo.
Sulla piazza di Marsiglia sono invece presenti gli Anguissola, i Bagarotti, gli Speroni, i Villani, i Bracciforti, i Quattrocchi e gli Stravillani. La loro attività non si limita al cambio, ma si estende al deposito, al credito per attività commerciale e al commercio medesimo.
Nella seconda metà del 1200 i piacentini cominciano poi a stanziarsi in Oriente per poter commerciare direttamente in prodotti di lusso, spezie e seta. Nel 1268 sono presenti ad Acri i piacentini Oberto Capitale, Lanfranco Brixiense, Giacomo de Torsello, Giacomo de Tado e Fulcone de Rodico."

http://www.bancadipiacenza.it/banca_flash/html/numeri_prec.htm

BANCHIERI CHE OPERAVANO A MARSIGLIA NEL XIII SECOLO.

Anno 1225 - Nel medesimo mese la compagnia di Giovanni Pagano, Musso (Muzzo) Calderario, Feliciano Feliciani, Guglielmo Quattrocchio e soci, creditrice di somme importanti del Tesoro francese, oltre a compiere varie operazioni di cambio in fiera vende pellicce e panni, dà denaro a mutuo e terreno in affitto, compera case nei sobborghi di Marsiglia. Alla compagnia Piacenza dette pieni poteri per trattare gli affari comuni: Guglielmo Leccacorvo era uno di loro. Finalmente lo stesso comune di Piacenza si acconciò alla situazione tanto da servirsi del banco Leccacorvo per far versare una somma dovuta a Pagano Fieschi conte di Lavagna. In questo caso non è possibile dubitare che il pagamento fu eseguito.

BANCHIERI 1200 MILANO-PIACENZA

Economic Organization and Policies in the Middle Ages -
di Michael Moïssey Postan, Edwin Ernest Rich, Edward Miller - 1963

I primi banchieri che operarono nel XII secoloprovenivano da Milano e Piacenza. Nella lista sopra sono riportati:
Milano: Amiconi, Borromei, Castagniuoli, Da Casale, Da Fagnano, Del Maino, Della Cavalleria, Dugnano, Serrainerio, Vitelli.
Piacenza: Andito, Anguissola, Arcelli, Bagarotti, Baiamonte, Bracciaforte, Burrini, Capponi, Cavessoli, Guadagnabene, Leccacorvo, Negroboni, Pagano, Quattrocchi (Guglielmo Quattrocchio), Bustigaccio, Scotti, Speroni.

Nell'Historia ecclesiastica di Piacenza - parte terza - Lib. XXII e' riportato che nell'anno 1345 il Terranera si trovo' in Piacenza per essere stato eletto in campagnia di Giovanni Quattrocchi e di Francesco Della Croce a curare come testamentario esecutore l'eredita' del Cavaliere Fra Bernardo Della Croce dell'Ordine della Militia di Nostra Signora.

1345 - Ma per quinci ritorno al Terranera si trovo' quelli sul principio dell'anno prossimo in Piacenza dove, per essere stato eletto in compagnia di Giovanni Quattrocchio e di Francesco della Croce ad accurare, come testamentario esecutore, l'eredita' del Cavaliere Fra' Bernardo della Croce dell'ordine (che era allora in Piacenza) della Militia di Nostra Signora; anche in questo affare per mera carita' di impiego'; e per soddisfare quanto piu' tosto all'intenzione del defunto amico; egli, insieme con quelli, fece nel terzo di Gennaio a Nicolo' Malpiedi, vendita di alcuni terreni situati a Fodesta. (sulla riva del Trebbia).
Rogito Ioannis de Filijsmich.
1347 - Giunto il 1347 il Vescovo Roggero come apostolico collettore deputato del Papa diede principio ad esigere la decima del sussidio per la guerra contro i turchi e promosse agli Ordini certi chierici tra cui Ghearardo Quattrocchino chierico di S. Michele da Camorato, cappella del plebato di S. Giovanni di Varone.
Rogito Ioannis de Filijsmich et Gabrielis Mussi.

DIZIONARIO TOPOGRAFICO DEI COMUNI COMPRESI ENTRO I CONFINI NATURALI D'ITALIA
di Attilio Zuccagni-Orlandini - 1861

PIACENZA (Emilia). Prov. di Piacenza; circond. di Piacenza; mand. di Piacenza. Giace in vasta e feconda pianura questa città. Ha alla sua destra il Po, presso il confluente della Trebbia. E circondala da baluardi con fosse e fortificazioni, ed ha cinque porte. Belle, spaziose, ed un buon numero sono le sue contrade. Lo stradone Farnese è rimarchevole per ampiezza e regolarità e serve di pubblico passeggio. Fra i suoi edilizj sono degni di essere osservati ; il palazzo del comune che presenta l' aspetto di fortezza ; quello detto già collegio de mercanti di nobile e gentile architettura, e che serve alla società filodrammatica; il palazzo della cittadella o Farnese non terminato; i palazzi dei tribunali, e della dogana. Possiede anche parecchi magnifici ed eleganti edifizii di privata proprietà ; elegante è pure il teatro comunitativo. Fra le chiese, il duomo è di gotica architettura esternamente incrostato di pietre, e nell'interno abbellito di pregevoli dipinti; è notevole il tempio di S. Antonio perché in esso si fecero i primi trattati della pace di Costanza nel 1183. Santa Maria di Campagna tien forse il primo posto fra le migliori e belle chiese. Non manca Piacenza d'istituti d'educazione e d' istruzione , di scuole primarie ed elementari , di collegi , ospedali, ospizj , comitati di beneficenze, opere pie, asili infantili. Il territòrio è fertile, e vi si rinvengono miniere di ferro e di rame, cave di gesso, di petrolio, di marmo, di pietra molare e vi abbondano molti curiosi oggetti di storia naturale. Popol. 30,168.

CASTELLO DI MONTECHIARO

Storia
Citato come castrum Raglii negli annali piacentini col nome dalla vicina frazione Rallio. La parte piu' antica della costruzione, la torre, come testimoniano particolari architettonici, sembra risalire al XI secolo quando era caposaldo, verso la pianura, della famiglia Malaspina. Fu distrutto nel 1234 dai polari piacentini che lo assaltarono, come quelli di Rivergaro e Pigazzano, poiche' vi si erano rifugiati i nobili fuggiti dalla citta' di Piacenza. Rimase sicuro rifugio dei Ghibellini dal 1312 passando dai Malaspina ai Quattrocchi, da loro agli Anguissola che resistendo agli assalti dei Fulgosio che volevano impadronirsene. Gli Anguissola, che ne mantennero il possesso per tre secoli, lo cedettero nel 1652 al letterato Bernardo Morando, che cerco' di avviare nei primi anni del 1700 lo sfruttamento dell'olio di sasso, affioramento di una vena petrolifera nei pressi di Rallio. Venne ampliato nel XIV secolo e rimaneggiato per adattarlo alle esigenze di una residenza signorile nel corso del 1770. Passo' poi ai Casati, agli Schippisi e dal 1990 e'di proprieta' della famiglia Gattengo che lo ha restaurato.

Bassorilievo del castello di Montechiaro detto il benvegnu che recita “Segnori vu sie tuti gi benvegnù e zascaun chi che vera sera benvegnu e ben recevu”. Il castello di Montechiaro è un imponente complesso fortificato che si trova nel comune di Rivergaro in località Montechiaro, in provincia di Piacenza. Posto sui primi rilievi collinari dell’appennino piacentino domina la val Trebbia. Con lo scomparso castello di Rivergaro, che si trovava poco più a valle, e con i castelli di Statto e di Rivalta, posti sull’altro lato del fiume, formava un quadrilatero difensivo che controllava il caminus Genue la strada che da Piacenza portava a Genova mettendo in comunicazione la pianura padana con il mare.

La sua struttura si discosta da quella tradizionale degli altri castelli della provincia di Piacenza che vede le costruzioni organizzarsi intorno ad un cortile. In questo caso il cuore del castello è il mastio, un torrione a base quadrata coronato da merli ghibellini posto al centro del complesso. Il torrione è strettamente circondato da una cinta muraria che ha forma di esagono irregolare, alta una quindicina di metri e coronata dal cammino di ronda, a cui si addossano gli edifici. Vi è una seconda cinta muraria più bassa, di forma ellittica, che racchiude da vicino la prima, dotata di un unico ingresso sul lato sud-ovest un tempo dotato di ponte levatoio. La terza cinta, molto più bassa e ben distanziata dalla seconda, è parzialmente diroccata e si snoda con perimetro poligonale che segue la forma della cima della collina.
Alcuni particolari costruttivi rimandano a maestranze della Lunigiana, che era il cuore dei domini dei Malaspina. Nei saloni vi sono tracce di affreschi con gli stemmi della famiglia Anguissola e un camino con lo stemma dei Morandi. La prigione, in un sotterraneo, porta ancora sulle pareti graffiti con disegni e un Ave Regina incisi dai prigionieri.

ATLANTE QUATTROCCHI NOTE SU EVENTUALE ERESIA PROTESTANTE E CONSEGUENTE RISARCIMENTO

 

 


MAPPE QUATTROCCHIO

Quattrocchio è situata sulla antica Via Francigena che collegava Roma alla Francia ed era usata anche per il trasporto del sale (Salsomaggiore, Parma, Piacenza).

COLI-LOCALITA' QUATTROCCHIO

Dalla lettera ricevuta dal Console TCI di Piacenza risulta: "La località Quattrocchio consta di un gruppo di 5/6 case, di cui solo 2 sono abitate: Dista 40 km da Piacenza (Via Val Trebbia- Perino) e 6/7 da Perino. Dipende dal Municipio di Coli". In questa località era situata la Chiesa di S.Maria a Quattrocchi detta "dei Quattro Archi" perché posta su un ruscello confluente nel Trebbia. La chiesa nel XIV secolo fu distrutta e le pietre furono riutilizzate.
Nota: Dopo aver letto in vari testi le caratteristiche topografiche degli insediamenti templari, ho trovato molto interessante il libro "Guida all'Italia dei Templari" di B. Capone, L. Imperio, E. Valentini dove viene presentato un approfondito esame delle peculiarità territoriali richieste dai Templari per i loro insediamenti. La località Quattrocchio rispecchia (poche case, la chiesa, il fiume, una via di pellegrinaggio) questa tipologia.

STORIA DI COLI

In passato luogo di contemplazione dove la tradizione vuole che anche S. Colombano venisse a pregare, oggi Coli è un centro dedito all’agricoltura all’allevamento e al turismo. Alle origini Coli fa parte del pagus Bagienno di Bobbio sotto la dominazione romana ed è nel municipio di Velleia. In seguito passa ai Longobardi e nel 614 a San Colombano ed al monastero di Bobbio. Con la fondazione del monastero Coli diventa fiorente cella monastica. Lo stesso San Colombano, nel 615, si trasferisce nell`eremo di S. Michele, nella Curiasca di Coli, detta la Spelonca. Vede succedersi le dominazioni delle famiglie Grassi, Peveri e nel 1441 passa alla potente famiglia Nicelli, tutti feudatari di Bobbio. In seguito diventa feudo dei Dal Verme e segue le sorti del comune di Bobbio fino al 1923, anno che determina l’elevazione a Comune della Val Trebbia, sotto la Provincia di Piacenza. (Roberto Rossi)

DIZIONARIO TOPOGRAFICO DEI COMUNI COMPRESI ENTRO I CONFINI NATURALI D'ITALIA
di Attilio Zuccagni-Orlandini - 1861

COLI - Emilia. Prov. di Piacenza: circord. di Piacenza : mand. di Bettola. E' Coli un comune montagnoso ed alpestre, limitrofo a Bobbio da cui è ben poco distante : prossimo per conseguenza alla destra riva della Trebbia, e per mezzo dell' Auto o Aveto dagli antichi stati Sardi diviso. Questo capoluogo consiste in un gruppetto di poche case posto sul declivio del Monte S. Agostino. Delle cui erte e nude rupi suole annidarsi l'aquila imperiale. È questo forse il Colianum dell'Ambitrebìo ricordato nella Tavola Velejate. Lo signoreggiarono i Nicelli che vi avevano fatto edificare una rocca: nel 1680 continuava ad esser presidiata, ma ora non se ne vedono che poche ruine in luogo detto il castello. Popol. 4108.

FERRARA

FOTOCOPIA DEL DOCUMENTO DEL BATTESIMO DI GIACOMO, FIGLIO DI SIMONE QUATTROCCHIO - MARZO 1554 - GIACENTE PRESSO LA BIBLIOTECA COMUNALE ARIOSTEA DI FERRARA

DIZIONARIO TOPOGRAFICO DEI COMUNI COMPRESI ENTRO I CONFINI NATURALI D'ITALIA
di Attilio Zuccagni-Orlandini - 1861

FERRARA (Emilia). Prov. di Ferrara; circond. di Ferrara; mand. di Ferrara. Città grande è Ferrara, e può dirsi anche bella, ma il suo spopolamento la rende trista e deserta. La ricingono tuttora solidissime mura e bastioni. In un angolo volto a ponente sorge la fortezza fatta costruire da Paolo V. L'antico castello o palazzo dei Duchi, è grandiosamente inalzato a foggia di rocca munita di torri angolari, e circonvallato di fosse con ponte levatojo. Altri considerevoli edilizi sacri al culto ammiransi in Ferrara, insigniti di capolavori d'arte, di sontuose e magnifiche tombe. Nell 'Ospedale maggiore è attirata la curiosità dei viaggiatori alla vista del vituperevole monumento d'ingiuria fatto dagli Estensi al Tasso. Ferrara non può vantarsi di remota origine. Ad una borgata chiamata Ferrariola, sul linire del secolo XI il Duca Èrcole I diè un ingrandimento, distinto col nome di Erezione Erculea. Popol. 67,591.

RAVENNA

CASETTO QUATTROCCHI - RAVENNA
CA’ VECCHIA( Pineta di S.Vitale )PALAZZONE di S.Alberto
-CASETTO QUATTROCCHI (via delle Valli)

MODENA

ARCHIVIO DI STATO - BENI CULTURALI

Nel 1985, in risposta ad una richiesta del Sig. Carlo Quattrocchio di Milano circa informazioni sui documenti conservati relativi all'Abbazia di Chiaravalle della Colomba, il Direttore Prof. Dir. Angelo Spaggiari gentilmente segnalò che con la soppressione napoleonica l'Archivio e la Biblioteca del Monastero vennero dispersi e che presso l'Archivio di Stato vi era una lettera di Felice Quattrocchi da Mantova in data 25 Agosto 1656 ed una lettera del tenente Ottavio Quattrocchi da Castelfranco Emilia (allora nello Stato Pontificio) in data 25 aprile 1693 al Cardinale Rinaldo d'Este. Costui era un militare pontificio e faceva parte del Presidio di Forte Urbano.

IL MEDIOEVO - a cura di Umberto Eco
La povertà dei santi, la povertà dei nuovi ordini, la povertà degli eretici.

Sulla soglia del Duecento, Innocenzo III (1160-1216. papa dal 1118). ritornando su una posizione espressa dal suo predecessore, approva, dopo averlo dotato di costituzioni giuridiche,il movimento di quei laici che pur restando nella loro casa con la loro famiglia, avevano scelto una forma di vita religiosa e "si astenevano dal mentire e dall'intentare cause e si impegnavano a lottare per la fede cattolica". Si tratta degli Umiliati, il primo gruppo laicale che abbia associato una vita religiosa intensa alla pratica del lavoro artigianale; il documento, datato 1201, è molto importante e sancisce, per così dire, ufficialmente, l'esistenza dei tre ordini: i chierici, coloro che si conformano a un'esistenza comunitaria d'impronta monastica riuniti in un convento, e un terzo ordine di laici i quali vivono "nel mondo'' e non obbediscono ad una regola; bensì ad un semplice propositum (A. Vauchez, I laici nel Medioevo).
Un paio d'anni prima lo stesso papa aveva innalzato alla gloria degli altari per la prima volta un mercante: santo Omobono di Cremona (? -1197), laico, sposato, devoto e caritatevole mercante. Altri uomini e molte altre donne, anch'essi scelti per lo più tra i nuovi ceti sociali delle realtà comunali urbane, anch'essi sovente né vescovi né monaci, ma o castamente coniugati, o terziari o appartenenti a quei nuovi ordini di Francescani e Domenicani che più fortemente esprimono la voglia di cambiamento della Chiesa due-trecentesca, saranno in seguito santificati. Altri movimenti. come quello dei Penitenti, propriamente detto Ordo Peonitentiae, svilupperanno modelli simili. Un testo approvato dal papa nel 1221, noto come "memoriale propositi", ne delinea obblighi e statuto. Gli adepti, che rifiutano il giuramento e non possono portare armi, devono confessarsi e comunicarsi tre volte l'anno e vestire un abito non tinto e povero. Essi si attengono a digiuni più rigorosi dei semplici fedeli e recitano le sette ore canoniche come i monaci. A sottolineare la contiguità esistente tra questi movimenti di rinnovamento e quelli dei frati minori, basterà dire che lo stesso san Francesco (1181-1182-1226) aveva all'inizio creato una fraternità di penitenti che solo dopo l'approvazione di Innocenzo III darà origine, all'Ordine dei Frati Minori e a quello delle Pauperes dominae di S. Chiara (1194c.a.-1251).Nessun dibattito più di quello sulla povertà può farci comprendere il tessuto comune che alimenta i nuovi frati e i nuovi santi, gli eretici e i loro avversari. Dibattito nato nelle nuove realtà urbane segnate dalle trasformazioni sociali che scardinano a poco a poco quel convincimento che ogni povertà come ogni ricchezza sia voluta da Dio e che ogni gerarchia sociale sia un sacro ordinamento.Nell' ambiguita di una morale arcaica del lavoro che stenta a divenire la nuova etica del guadagno attraverso le nuove professioni, la Sacra Scrittura. interrogata sempre più spesso con occhi nuov'i per nuove domande, può prestarsi ad ogni interpretazione: lo stesso passo del Vangelo di Matteo (19-21) "Va, vendi ciò che possiedi e dona il ricavato ai poveri" si richiama per la conversione di Omobono, di San Francesco di Pietro Valdo (?-1207 c.a.) il mercante fondatore del movimento eretico dei valdesi contro cui tanto sangue sarà versato.
Francesco d'Assisi si spoglia di ogni ricchezza, per dedicare la propra vita alla penitenza, al digiuno, alla preghiera; nel 1210 Innocenzo III concede la sua approvazione verbale alla regola del nuovo ordine. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa al suo ritorno trova aspri conflitti tra i frati che avvelenano i suoi ultimi anni. Nel frattempo egli elabora una nuova regola approvata da Onorio III (?-1226, papa dal 1216) nel 1223 che mira a disciplinare e organizzare su basi di maggiore efficienza un movimento che, inizialmente pensato per pochi adepti, ha avuto un inatteso successo e conta centinaia di soggetti, non sempre controllabili. L'ordine in effetti attraversa contrasti, scissioni e fratture, la più importante delle quali si riferisce proprio al modo di intendere e di vivere la povertà, e finisce col sancire la divisione tra i più pragmatici e accomodanti conventuali graditi a Roma e i più intransigenti spirituali rigorosi osservanti della regola che vieta la proprietà di qualunque bene come Cristo e gli apostoli, ma scivolano verso posizioni radicali al confine con l'eresia. Molti fedeli guardano con sospetto la Chiesa
ricca, potente e mondana così diversa da quella povera, umile e frugale che hanno in mente. Perfino la costruzione e la
decorazione degli edifici di culto danno luogo a polemiche: memorabile quella che si svolge fra Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e i monaci cluniacensi, come testimonia l'Apologia ad Guillelmum e che, prolungandosi nel XIII secolo, da luogo ad un rinnovamento dello stile, nel segno della semplicità in tutte le chiese cistercensi. Il riferimento scritturale alla povertà di Cristo e degli apostoli - origine di tutta la diatriba sulla povertà - viene formalmente condannato come ereticale da Papa Giovanni XXII nel 1318, suscitando la violenta reazione dell'allora generale dei Francescani, Michele da Cesena (1270-1342), il quale osa contestare la condanna, ma, destitutito, è costretto a fuggire a Monaco e a mettersi sotto la protezione di Ludovico il Bavaro (1281 c.a.-1347) che in quel periodo accoglie anche Marsilio da Padova (1276 c.a.-1343 c.a.) il deciso assertore dell'origine laica e terrena del potere espressa nella sua opera più famosa "il defensor pacis". Nel 1292 i già ricordati fratelli della vita povera o Fraticelli - un troncone degli spirituali - capeggiati da Angelo Clareno (1245 c.a.-1337) ottengono il riconoscimento da Celestino V (1209-1210-1296 - papa da maggio a dicembre 1294) ma essi per il loro scarso rispetto della gerarchia trovano un forte oppositore nel loro generale Bonaventura da Bagnoregio (1221 c.a. 1274) e finiscono con l'aderire alle frange più radicali delle sette pauperistiche fino a confondersi con i tanti contestatori extra ecclesiam. Tra costoro ricordiamo Gherardo Segarelli (?-1300) il quale dopo aver tentato invano di farsi accogliere dai Francescani di Parma, vende i suoi beni e, distribuito il ricavato ai poveri, ripropone il modello di vita della chiesa primitiva dando luogo intorno al 1260, al movimento dei cosiddetti Apostolici che condividono molte delle istanze che abbiamo ritrovato in altri movimenti. Gherardo Segarelli viene arso sul rogo nel 1300, ma la sua azione è portata avanti da un suo discepolo fra' Dolcino di Novara(1250 c.a.-1307). Costui si fa promotore di un movimento di palingenesi sociale e religiosa, richiamandosi, come il suo maestro, alle apocalittiche profezie di Gioacchino da Fiore (1130 c.a.- 1202) e al prossimo avvento dello Spirito Santo da lui auspicato, durante
il quale sarebbe stato instaurato il regno del Vangelo Eterno, predicato dal nuovo ordine monastico dei giusti, nel quale parecchi dissidenti credono di identificarsi. I Dolciniani, organizzati in bande armate che scorrazzano per l'Italia settentrionale, si rendono per anni responsabili di violenze contro le proprietà dei ricchi, ma anche di indiscriminati saccheggi e delitti. Sono almeno 4.000 quando si insediano sul Monte di Parete Calva nel novarese. Qui vengono decimati dal lungo assedio delle truppe mercenarie al servizio dei Vescovi di Vercelli e di Novara; i pochi che riescono a scampare si rifugiano nel biellese sul Monte Rubello, ma si è ormai all'epilogo della vicenda (1307). Dopo una disperata resistenza, vengono tutti catturati e fra' Dolcino è posto a morte fra inenarrabili supplizi.

LA STORIA DELL'ORDINE DI GHERARDO SEGARELLO - PSEUDO APOSTOLO

Nota-Ma e' oramai tempo di ritornare a far parola dell' Ordine di Gherardo Segarello , che , siccome abbiam detto , rimaneva per l' indicato Concilio soppresso. Quest'assemblea di fanatici si era notabilmente moltiplicata . L' institutore , benche' pregato , non aveva pero' mai voluto prenderne la direzione. Laonde questionando fra loro gli Apostoli se dovessero eleggersi un Superiore, o pur no, rivolti si erano gia' per consiglio a Maestro Alberto d' Ungheria Parmigiano, uomo assai famoso, ed uno de' sette Notai della Romana Curia , che li rimise all' Abate di Fontevìvo . Parve all' Abate dover eglino rimaner come stavano senza capo veruno , e senza edificarsi case conventuali , vaganti pel Mondo separatamente nel solito loro abito altre volte descritto, con lunghi capelli, e barba prolissa. Cosi giudico' egli, sperando che in tal guisa dispersi, e l' un dall' altro indipendenti, sarebbesi da se stesso distrutto un Istituto,che sotto il pretesto di rinnovar la vita apostolica poteva seminar un giorno zizzania . Dispostisi a seguir tal parere avanti di separarsi congregaronsi in Parma tutti gli Apostoli presso il fondatore, e saltellandogli attorno pieni di ridicolo entusiasmo gridavano senz' altro soggiugnere Padre, Padre, Padre. Egli cosi' onorato veggendosi , disse di volerli rimunerare ; e comando' loro di spogliarsi di tutti gli abiti , che legati in fardello fece in mezzo della camera mettere a monte. Rimasti gli Apostoli del tutto ignudi , e con tal rito a suo dire spropriati , predico' loro il seguir Cristo ignudo. Cio' fatto diede ingresso ad una vii femmina, da cui distribuite furono a ciascuno senza la minima scelta le confuse vesti , e per tal modo licenziati se ne andarono chi verso San Giacopo di Galizia , chi ad altri Santuarj , come loro parve meglio . Le massime loro istillate dall' empio Gherardo erano tutte dirette al disprezzo della Romana Chiesa , fuori di cui egli credeva chiunque non abbracciasse la finta sua poverta' , e la sua supposta vita apostolica . Il Papa , i Prelati , e tutti gli altri Religiosi erano per costui un branco di presciti; l' autorità loro era decaduta , e trasferita nella nuova sua setta, vantandosi egli per quell'eletto virgulto , in cui avea cominciato a rifiorire la Chiesa di Cristo . Permetteva poi a'seguaci suoi le piu' detestabili disonesta' ; e sotto pretesto di vincere a forza le tentazioni della carne concedeva agli uomini ed alle donne il giacere insieme , e destarsi vicendevolmente alla piu' ardente concupiscenza, insegnando , che se cio' non, ostante omesso avesserodi scendere agli atti dell' ultima e piu' sfrenata libidine ,poteano vantarsi di aver fatto maggior miracolo, che non sarebbe il dar ad un morto la vita Per questo dice Fra Salimbene, informato da costoro medesimi , che non solo abusavano delle femmine, ma de' maschj eziandio, e narra che seco avevano tra le altre Apostolesse Ripia sorella di Fra Guido Putagio o Putaglia da Parma di tal Ordine seguace . Cosi' andarono dispersi qualche tempo i pseudo-Apostoli, fin a tanto che montato in superbia il Putaglia , se n' era fatto egli spontaneamente capo , ed universal reggitore , usando tal fasto , e tenendo Corte si' splendida , che Vescovi e Cardinali non avrebbono fatto di piu'. Tanta sua boria spiacendo all'Ordine, fu egli deposto, ed eletto resto' in sua vece Fra Matteo dalla Marca di Ancona, per cui nacque scisma e divisione, non volendo il Putaglia discendere dal suo grado. Stava egli in Faenza con alcuni pochi suoi partigiani a custodia di una picciola Chiesa nel Giardino degli Alberghetti e degli Accarisi, e per farsi credere il legittimo Superiore, e trionfare dell' avversa parte cerco' di aver seco il Segarello, e l'ottenne, persuaso che l'ombra del fondatore dovesse renderlo rispettato. Ma gli Apostoli di Fra Matteo congiurando contro il Putaglia , andarono per levargli dai fianco il Segarello , e la faccenda termino' in guisa , che Apostoli con Apostoli fieramente si bastonarono .

 

 

Marcel Raymond, della Trappa di Nostra Signora del Getsèmani, Kentucky (Stati Uniti).
Quindici donne di Citeaux Santa Franca di Pittòlo, Santa Lutgarda, Santa Edvige, Ida di Nivelles, Ida di Lovanio, Ida di Leau ed altre. Queste Donne camminarono con Dio.

SANTA FRANCA, BADESSA, DI PITTOLO. La donna silenziosa che parlò con Dio incessantemente. Orationi frequenter incùmbere - pregare frequentemente: tale è il 75° Istrumento dell'arte spirituale di San Benedetto, come egli si esprime. Tale fu la vita di Santa Franca.
Ecco una donna che parlava incessantemente, si dice forse a torto di molte donne; a differenza di tante altre, franca parlava con Dio.
Ecco una donna che per il suo spirito virile del nessun compromesso , alimentò il fuoco di una faida familiare, finché esso si trasformò in una guerra civile. Benché rinchiusa in un chiostro, essa mise in tale furore Guelfi e Ghibellini e mosse a così amare lotte i Principi della Chiesa e dello Stato, che Sua Santità il Papa Innocenzo III dovette intervenire e porre l'intera città sotto interdetto. Essa abbandonò la società italiana a sette anni, tuttavia per il resto della sua vita, durata quarantaquattro anni, sconvolse profondamente quella società; poi quarantaquattro anni dopo la sua morte, la scosse ancor più profondamente e ne attirò l'attenzione ancor più di quando era viva. Franca, figlia del Conte di Vidalta, entrò in convento a sette anni, fu professa a quattordici, badessa a ventitré, difese la stretta osservanza prima dei trentatré, fondò un nuovo convento prima dei quarantatré e morì a quarantaquattro anni. La sua vita ha per noi due grandi insegnamenti:
1) La santità è costruita sul principio del nessun compromesso . 2) Per vivere quel principio, bisogna pregare frequentemente. Nel 1175 (secondo alcuni nel 1173) il Conte Vidalta si rallegrava per la nascita della sua prima e, per quanto si sa, unica figlia Franca. Vidalta aveva i suoi nemici, molti dei quali proprio nella gaia città di Piacenza. Egli infatti era capo dei Guelfi, il partito che sosteneva la supremazia del Papa sull'Imperatore, mentre capo riconosciuto dei numerosi Ghibellini che erano a Piacenza, era il Conte Della Porta. Ma il giorno in cui nacque Franca, pare che il suo nobile padre abbia abbracciato il Della Porta insistendo perché bevesse alla salute della neonata e alla felicità dei genitori. Poiché la vera gioia è comunicativa, non vi è dubbio che il Ghibellino cedette e bevve. Se ciò accadde, certamente Vidalta avrà intrattenuto il rivale sul sogno che sua moglie si dice avesse avuto prima della nascita della bimba, come si racconta spesso nelle vite dei santi del Medio Evo; un sogno in cui essa vide un cagnolino correre avanti e indietro con in bocca una torcia accesa. Allora egli avrà aggiunto con orgoglio e con aria di grande segretezza che un santo eremita aveva interpretato il sogno come segno che la neonata era destinata a fare grandi cose per Dio e la Chiesa. Quel riferimento alla Chiesa dovette probabilmente porre termine alla momentanea amicizia, non solo per la loro volubilità, ma perché l'ostilità tra Guelfi e Ghibellini era veramente vulcanica. Non si fa menzione che la neonata portasse qualche nuova scintilla in quell'insieme vulcanico; ma è certo che essa commosse quell'ambiente così volubile. Buon giorno risuonava da mattina a sera. Appena sette anni dopo, il Conte e la Contessa erano alla porta del convento di San Siro. Le loro labbra sorridevano ma avevano il cuore grosso. Proprio allora avevano affidato il raggio di sole della loro vita alle cure delle monache Benedettine, ed ora ritornavano ad affrontare il vuoto della loro casa. Dopo questo atto, la nobile coppia fu veramente sola per mesi; tuttavia si consolò al pensiero che la bimba era al sicuro e sotto la cura di coloro che l'avrebbero cresciuta con un'anima retta e con elevata virtù.
Cercarono di convincersi che Franca era in convento allo scopo di essere istruita. Avevano visto la loro bimba sbocciare nella fanciullezza, e mentre ne andavano orgogliosi per la precocità, erano allo stesso tempo meravigliati della sua pietà e sentivano nel modo più assoluto che, dato l'ambiente del convento, la sua inclinazione naturale sarebbe stata assecondata. L'avevano condotta a San Siro come educanda per esservi istruita, ma nel fondo del loro cuore avevano la certezza che vi sarebbe rimasta come religiosa per santificarsi. Non si sbagliarono. Sei anni dopo essere stata condotta alla porta del convento, essa era prostrata sul pavimento della sala del Capitolo; e alla domanda della badessa Brizia: Che cosa cerchi? - Franca mormorò, prona nella polvere, la formula prescritta: - La misericordia di Dio e dell'Ordine; - essa chiedeva l'ammissione nella comunità delle Benedettine come novizia. Un anno dopo pronunciava i voti formali, finali e perpetui, e da quel giorno fino all'aprile di trent'anni dopo, visse tutta una esistenza senza nessun compromesso con la Regola, secondo la quale aveva fatto voto di vivere. I suoi biografi, naturalmente, la pongono sugli altari ancora prima che chiedesse di diventare novizia. La descrivono come una bimba di otto anni che coltivava con raro successo quelle virtù monastiche fondamentali e tuttavia supreme che sono l'umiltà e l'obbedienza; la descrivono realmente bramosa di rigidi digiuni e veramente felice, per le lunghe veglie notturne. Tale stato di cose, non è assolutamente impossibile, tutti l'ammetteranno; ma bisognerà dire che non è eccessivamente probabile. Vi è tuttora una leggenda che fa apparire la fanciulla come costantemente in preghiera. I due grandi canali della grazia sono la preghiera e i Sacramenti; ma ai tempi di Franca i soli Sacramenti a disposizione, per una bambina di otto o dieci anni, erano il Battesimo, la Cresima e la Penitenza. Tuttavia Franca doveva aver ricevuto grazie in abbondanza; alla sua vestizione una zia vide infatti un angelo e non la badessa, vestire la fanciulla, e al posto del consueto velo che ricopriva solo il capo e le spalle, vide l'Angelo posare su Franca un velo che l'avvolse sino ai piedi - segno che la sua dedizione a Dio era completa e la Sua risposta altrettanto completa. Se essa non fosse stata assidua alla preghiera prima della professione, doveva esserlo dopo, specie per mettere in pratica il proponimento di non permettersi nessun compromesso. Infatti l'atmosfera attacca persino l'acciaio più duro; e l'atmosfera del monastero di San Siro, benché non rilassata, poteva appena essere definita regolare. Franca aveva ragione di pregare ogni giorno: - Fammi coraggiosa, mio Dio, fammi forte. Al fine di percorrere con fede la linea diritta della Regola, quando tutte le altre sembrano abbreviarla ed avere ugualmente successo, si richiede davvero la forza dello Spirito Santo. Shakespeare ha detto: La coscienza ci fa tutti codardi . Ma si può anche dire che la coscienza può farci tutti eroi: così accadde a Franca. L'unica approvazione che cercò e che ricevette in quei primi anni, fu quella della sua coscienza. La maggior parte delle consorelle sorrideva della sua stretta osservanza e considerava Franca vittima del fervore della sua professione. Questa fedeltà era invece il risultato del dono della fortezza dello Spirito Santo, che le fu concesso in abbondanza per la sua costante richiesta: - Buon Dio, rendimi forte abbastanza per essere sincera, e sincera abbastanza per essere forte. Fammi fedele. Curva la tua schiena. Prima che Franca compisse 17 anni, la badessa Brizia la considerò come la persona più adatta ad occuparsi dell'infermeria. Può sembrare che la sua età fosse un ostacolo per un tale incarico; ma quando si considera che San Benedetto ha specificato che tale incarico deve essere affidato soltanto a una persona “timorata di Dio, diligente e attenta , e che la badessa Brizia era nota per la sua saggezza, si può concludere che l'anima di Franca era cresciuta più in fretta del corpo. La spiegazione di tale crescita straordinaria sta nell'uso di quel cinquantasettesimo Istrumento dell'arte, spirituale consigliato da San Benedetto nella sua Regola: orationi frequènter incùmbere.
Non sarà del tutto inutile, trarre dal verbo incùmbere un'immagine che raffigura un uomo con la schiena curva nello sforzo di spingere un remo. Dal momento che San Benedetto aggiunse a quel verbo frequenter, comprendiamo perché si dice che egli intende dire con ciò di essere assidui alla preghiera. Franca lo fu. I malati fornirono alla giovane infermiera un duplice incentivo all'abitudine della preghiera. Innanzi tutto San Benedetto sottolinea che debbono essere serviti come Cristo stesso ; e quando una persona si trova a faccia a faccia con Cristo stesso, sia anche solo in un Suo membro, è inevitabile la preghiera di adorazione silenziosa e amorosa. Siccome poi erano soltanto le Sue membra, l'umano spesso oscurava il divino, e Franca era obbligata a pregare ardentemente per ottenere la pazienza, la gentilezza, l'uniformità di carattere. Essa pregò, e le sue preghiere furono esaudite a tal punto, che fu la sua dolcezza e non la sua abilità a renderla preziosa ad ogni sofferente. Dobbiamo riconoscere anche che una persona ammalata è in certo modo esigente; una monaca ammalata, se anziana, lo è in modo particolare. Franca aveva da servire molte monache anziane ammalate. La stessa badessa Brizia, fu ricoverata in infermeria nel 1194 e 1195. Nel 1196 era nella tomba. In quell'occasione le monache di San Siro fecero una cosa straordinaria: elessero badessa la giovane infermiera, che allora aveva al massimo 23 anni. Non fu soltanto un riconoscimento alla virtù e al reale valore di Franca, ma la testimonianza del profondò desiderio che le monache di San Siro avevano per l'alta santità; Franca infatti si era sempre distinta per la sua stretta osservanza. Indubbiamente la comunità di San Siro nella sua interpretazione della Regola di San Benedetto aveva sempre seguito i costumi del tempo. Con questo non la si poteva proprio dire rilassata o tiepida o mediocre. Soltanto quando la loro osservanza era confrontata con la Regola, e contrastava con lo sforzo che Franca faceva per vivere secondo il testo, si poteva notare la discrepanza. Eleggendo Franca, le monache dissero in effetti che desideravano essere di stretta osservanza, rette e sante. Nessuno forse più del Vescovo di Piacenza Ardicio, fu soddisfatto dell'elezione. Egli conosceva Franca, conosceva il suo spirito di nessun compromesso e la sua vita di continua preghiera; le diede la Benedizione Abbaziale e la installò con gioia, poiché sentiva che non avrebbe fatto soltanto del bene al convento delle monache, ma all'intera diocesi di Piacenza. Poco dopo la cerimonia egli morì, confortato al pensiero che aveva nella sua diocesi una centrale di preghiera diretta da un'anima santa. Il suo successore non fu altro che Grimerio Della Porta. I burloni della città fecero osservazioni sarcastiche sui Guelfi che facevano capo a San Siro, e sui Ghibellini che facevano capo alla diocesi. E la faccenda sarebbe terminata, ognuno divertendosi allo spirito dei burloni e gustando i loro intelligenti doppi sensi sulla politica e su coloro che erano al potere, se la rivalità delle due fazioni non si fosse concentrata nel monastero stesso, quando la sorella di Grimerio, monaca di quella comunità, cominciò a sentire antipatia per la badessa sempre in orazione e strettamente osservante. Siccome di guai ve ne furono persino in Paradiso, nessuno potrebbe stupirsi di trovare le figlie di Eva, anche sotto l'abito religioso, capaci di turbare le acque più calme. Nei primi anni dopo la sua elezione, Franca ebbe ragione di chiedersi se non si trovava nell'Eden; infatti la comunità rispondeva ad ogni proposta con qualcosa che rasentava il vero ardore. Il tono di San Siro si elevò, e il monastero divenne ben presto l'invidia e l'ammirazione di tutto il mondo religioso del Nord Italia. Ma ben prestò Sàtana indusse alcune monache a guardare il frutto proibito . Gli esegeti hanno studiato per dirci che cosa c'era su quell' albero della scienza del bene e del male , quell'albero che era nel centro del Paradiso . Essi non sono stati né troppo chiari né troppo convincenti. Ma sulla natura del frutto che portò guai a San Siro non vi può essere dubbio; tutti gli agiografi sono d'accordo nel dire che fu l'uva: non il frutto in se stesso, ma il suo succo. A San Siro, al tempo della badessa Brizia, la cuoca soleva prendere certa verdura dall'acqua in cui l'aveva fatta bollire e poi macerarla nel vino prima di servirla. Una piccolezza in sé. Ma che cosa era una mela, se fu una mela che Eva addentò, considerata in se stessa? Si guardi tuttavia alla quantità di dolori che produsse lungo i secoli. Così accadde con il vino. A Piacenza nei primi anni di quel secolo non vi erano né giornali né radio, né televisione. La gente aveva perciò tempo di riflettere, di discutere le proprie idee, e anche di fare pettegolezzi oziosi e no. Questo spiega come mai nel 1208 tutta la città parlava della cucina che si faceva a San Siro e scommetteva se avrebbero vinto i Guelfi o i Ghibellini. Franca disapprovò la cosa come un indulgere non necessario, come qualcosa che sapeva di mondo e persino di sensualità. La sorella del Vescovo, che probabilmente non si era curata del vino nella verdura, si servì dell'incidente per criticare la badessa e mostrare un'ambizione tenuta segreta per anni, ma che adesso rivelava apertamente. Essa voleva diventare badessa al posto di Franca. Dal punto di vista del nostro ventesimo secolo, il fatto di imbevere di vino certi vegetali, appare come una cosa senza importanza; la storia ci dice invece che la disputa non rimase entro le mura del convento. Parole intercorsero fra i Della Porta e i Vidalta; quelle famiglie che erano sempre state rivali socialmente, politicamente, economicamente, lo divennero anche ecclesiasticamente. L'ostilità si estese, dai parenti stretti dei Conti a tutti gli altri. Presto la città si divise in due parti, e cominciò una vera guerra civile. Certamente la verdura e il vino furono presto dimenticati. Non molto dopo che le lame furono tolte dal fodero, perfino le famiglie come famiglie, vennero ignorate da tutti, poiché la contesa di lunga data fra Guelfi e Ghibellini, quella posizione senza via d'uscita tra Chiesa e Stato, teneva viva l'attenzione di tutti e infiammava le passioni. Grimerio, prima di essere eletto Vescovo di Piacenza, era stato monaco Cistercense, nel monastero di Chiaravalle della Colomba. Ma nel fervore della contesa ricordò solo di essere un Della Porta e un Ghibellino, ed ebbe cura di farlo sapere a tutte le parti, sollevando una tale opposizione da essere obbligato lui e il suo clero a fuggire a Cremona, se volevano salvarsi la vita. Fu allora che Papa Innocenzo III intervenne e pose l'intera città sotto interdetto. Chi può ora mettere in dubbio che fu una mucca a provocare il grande incendio di Chicago, o che un sassolino può dar l'avvio a una valanga? Piuttosto che trovarsi in una situazione come questa, Franca avrebbe dato volentieri la vita. Stando così le cose, si mostrò pronta a rinunciare alla sua carica. Non avrebbe sacrificato certo i suoi princìpi, né avrebbe accettato alcun compromesso; poteva lasciare il suo ufficio e vivere con Dio in un luogo dove il vino non avrebbe messo a rumore l'intero paese. Lo disse a Dio nella preghiera. La preghiera era la sua vita; e per mezzo di essa si era offerta tante volte in sacrificio a Dio. Ora in preghiera ricevette dalla Madre di Dio l'assicurazione che presto le sarebbe stato concesso aiuto e sollievo. Franca conservò la carica di badessa, pregando incessantemente per la sua persecutrice, per le monache di San Siro, per i Della Porta e i Vidalta, per i Guelfi e i Ghibellini, per la città e la diocesi di Piacenza e per l'intera Chiesa Cattolica. Ma l'esperienza scosse la sua anima. È meglio costruire nuovamente Nel 1210, venne da lei una fanciulla di nome Carenzia, figlia del Visconte Oberto capo di una delle prime famiglie di Piacenza. La giovane aveva ricevuto un'ottima istruzione: ed aveva una bella cultura sulle lettere e le arti liberali, ed era assai dotta in filosofia e persino in teologia. I pettegolezzi corsi in città diedero a Carenzia l'occasione di una prima visita al convento, ma solo l'interesse per Dio la fece ritornare da quella badessa, adesso così preoccupata, per ciò che avveniva dentro e fuori il suo dominio. La sorella del Vescovo non aveva soltanto convinto il fratello che Franca non era la persona adatta a governare San Siro, ma aveva persuaso le consorelle a non seguire Franca nello spirito di “nessun compromesso . Quando Carenzia sedette in parlatorio accanto a quella monaca tanto perseguitata, non ne udì altro che lodi a Dio e insegnamenti sul modo di pregare. Subito Franca scoprì nella figlia di Oberto, così dotata, uno spirito affine al proprio, e le confidò il segreto del suo cuore: governare un convento in cui San Benedetto si sentisse a casa, come lo era stato a Montecassino, e dove la sua Regola venisse esattamente osservata. Carenzia discusse la questione con lei, servendosi di tutta la filosofia e la teologia che le avevano insegnato. Subito comprese che lungi dall'essere una pura formalista legata alla lettera della Regola per amore della lettera, Franca era piuttosto desiderosa di vivere alla lettera e in profondità le parole dei suoi voti, per amore della gloria di Dio. Lo scambio delle idee fu vicendevolmente proficuo e presto Carenzia si sentì ardere dal desiderio di glorificare Dio, come aveva accennato Franca, e Franca si sentì infiammata di gratitudine verso Dio per averle mandato un'anima così intelligente, simpatica, entusiasta ed energica; il sollievo che la Madonna le aveva promesso. Essa l'avrebbe aiutata, e anzi sarebbe diventata una vera sorella per lei, poiché già ne condivideva il cuore. Durante tutto l'anno 1211, queste visite consolanti continuarono; continuò anche l'opposizione dall'interno e la condanna dall'esterno. Ma un giorno Carenzia si precipitò da Franca con una grande idea. Disse alla tormentata badessa, che la risposta a tutti i loro desideri si trovava nella forma di vita Cistercense e che vi era un convento di monache Cistercensi a Rapallo. Essa sarebbe andata là, ne avrebbe imparato gli usi, assimilato lo spirito, poi sarebbe ritornata a San Siro e avrebbe aiutato Franca nella riforma del convento. Franca ascoltò quasi senza respiro: benché non volesse rivelarlo alla giovane amica, ardente ed entusiasta, Rapallo ed il monastero Cistercense erano stati per anni il suo sogno. Mentalmente ringraziò Dio per aver ispirato l'idea a Carenzia, facendo in tal modo avverare il proprio sogno, almeno per procura. Poi accadde una cosa singolare: mentre le, due donne parlavano di Citeaux, due monaci Cistercensi vennero verso di loro. Cercavano un alloggio per la notte, poiché per ordine del Papa dovevano condurre una crociata nel Nord Italia, contro gli Albigesi !!!
I monaci ricevettero alloggio, e le monache incoraggiamento; esse infatti li misero immediatamente al corrente delle loro idee e dei loro piani. I due Cistercensi furono sorpresi dalla somiglianza della posizione di Franca a San Siro con quella di San Roberto a Molesme, più di un secolo prima. Essi parteciparono al complotto e aiutarono il più possibile Carenzia nei suoi progetti, consegnandole lettere di raccomandazione per la badessa di Rapallo. Il giorno seguente, proprio al momento della partenza, ricordarono a Franca che gli inutili tentativi di Roberto per riformare Molesme, condussero alla fondazione di Citeaux; per cui se avesse dovuto sperimentare una simile frustrazione a San Siro, forse poteva significare che avrebbe raggiunto il vero successo seguendo l'esempio di San Roberto. Dopo aver dato quel saggio consiglio, partirono. Anche Carenzia partì... Alla fine del 1213, il Visconte Oberto, ricevette da Rapallo la richiesta di inviare una scorta; la figlia voleva ritornare a Piacenza, e le figlie dei nobili dovevano essere, secondo l'uso, accompagnate. Grande fu la gioia nel cerchio degli amici del Visconte, quando udirono che sua figlia, così brillante, sarebbe arrivata presto a casa. Molti gentiluomini ne furono vivamente interessati, ed alcuni spiriti più intraprendenti parlarono addirittura alla Viscontessa di matrimonio. Carenzia, anche da lontano, creava una vera emozione fra gli amici del Visconte. Ma questo non fu niente, paragonato alla sorpresa suscitata, dopo il suo arrivo, dalla notizia che non solo era già fidanzata, ma perfino sposata, poiché si era votata a Gesù Cristo per essere la vergine sposa dell'Agnello di Dio. Non avrebbero dovuto meravigliarsi, specie dopo la sua intimità con Franca e il suo anno di soggiorno a Rapallo; invece, si meravigliarono per lo meno i gentiluomini in età da sposarsi. Il Visconte stesso non si riprese finché Carenzia non gli espose il suo piano di introdurre a San Siro le abitudini Cistercensi. Allora scosse il capo: conosceva la natura umana, conosceva le donne italiane, conosceva i Guelfi e i Ghibellini. Così un giorno prese Carenzia in disparte e le disse: Carenzia mia, il tuo vecchio padre può essere uno sciocco in molti casi, non conosce tutta la filosofia e la teologia che tu hai studiato, ma conosce un po' la natura umana. Così desidero che tu lo ascolti. - La fanciulla approvò col capo. Il Visconte proseguì: - Io ho un piano che aiuterà il tuo. Ogni centesimo che sto per darti come dote, servirà a realizzarlo. Tu vuoi farti Cistercense. Lo puoi; ma se ascolti il tuo vecchio padre, l'unica maniera per attuare il tuo desiderio, è di prendere il denaro che offro, costruire un nuovo convento, e là cominciare dagli inizi con le vostre pratiche Cistercensi. Le case riformate rivelano sempre qualche cosa dell'originale. È meglio costruire da capo. Questo discorso fece volare Carenzia dalla badessa Franca, e assieme lo discussero. Allora Franca pregò sempre più. Dapprima tentò alcune riforme dentro al convento; non attecchirono. Essa pregò ancor di più. Poi nel 1214, domandò a Fulco, nuovo Vescovo di Piacenza, il permesso di lasciare San Siro, allo scopo di fondare un nuovo convento. La ragione addotta era la stessa data da Roberto di Molesme, nel 1098: Per poter meglio osservare la Regola che aveva fatto voto di vivere . Grimerio era morto in esilio a Cremona nel 1210, mentre Piacenza era ancora sotto l'interdetto papale. Gli era intanto successo Fulco. Non risulta se egli fosse Guelfo o Ghibellino, ad ogni modo accolse la richiesta di Franca. Discorsi eccitati circolarono nella società di Piacenza alla notizia che Franca lasciava il monastero di San Siro. Ma quando fu noto che non solo Carenzia andava con lei, ma aveva anche guadagnato alla sua causa una mezza dozzina, di fanciulle della nobiltà, sia di parte Guelfa che Ghibellina, le quali si dichiaravano pronte a seguire Franca e seriamente desiderose di diventare monache Cistercensi, la società di Piacenza fu scossa fin nel profondo. I genitori delle nuove aspiranti, una volta accettata la situazione, cominciarono a gareggiare fra di loro, offrendo terre, vigneti, case e bestiame. Franca ne fu confusa; finalmente accettò un luogo appartato a trenta miglia dalla città, chiamato Monte Lama. Il luogo era sufficientemente solitario da soddisfare le prescrizioni Benedettine, e la casa abbastanza abitabile per quelle che dovevano vivere al modo Cistercense; ma il suolo era refrattario. L'Abate del monastero di Chiaravalle della Colomba, che era stato designato protettore dell'impresa, ne vide la difficoltà e prontamente consigliò di traslocare. Una nobildonna di Piacenza gli aveva donato alcune proprietà appena a tre miglia dalla città. Non sarebbe stato così appartato come Monte Lama, ma il terreno era molto più fertile. Franca declinò l'offerta, e il suo secondo tentativo fu fatto a San Gabriele di Valera; là il terreno era molto migliore. Una comunità Cistercense avrebbe potuto viverci con un certo agio, ma non molto lontano vi era un convento chiamato Ponte Trebbia, che era stato recentemente affiliato all'Ordine di Citeaux, per cui il Capitolo Generale fu contrario ad una fondazione permanente a Valera. Franca sarebbe rimasta perplessa dai procedimenti della Divina Provvidenza, se non avesse sempre creduto, che Dio conosce il meglio e ha il suo momento per ogni cosa. La soluzione, comunque, non giunse così pacificamente. Essa pregò nella quiete. Un giorno Carenzia entrò impetuosamente da lei, eccitata, gridando che suo fratello le aveva proprio allora lasciato in testamento una proprietà a Pittòlo , a più di dieci miglia da Ponte Trebbia. Così avvenne, che il primo convento Cistercense vicino a Piacenza fu chiamato col nome singolare di, Santa Maria de Tertio Passu. Il 23 Marzo del 1217 il Vescovo Ugo Cossadoca, pose la prima pietra della chiesa. La prova di Franca durata quasi vent'anni era finita: essa aveva il suo convento, la sua fervente comunità, e tempo per la preghiera. Una veglia singolare. Tuttavia, la giornata non le bastava. Ogni sera soleva chiedere alla Sacrestana le chiavi della chiesa. Sembrava una richiesta normale, poiché la badessa teneva praticamente in suo possesso tutte le chiavi della casa; ma non trascorse molto che Carenzia si insospettì. Come priora, essa era responsabile della salute della badessa. Franca, aveva sempre sofferto di disturbi di stomaco. Carenzia, una volta, riuscì a farle considerare l'opportunità di prendere, per il suo male, alcune medicine, cioè una terapia a base di erbe locali. Franca non fu entusiasta e non aderì pienamente. Con qualche esitazione si avvicinò alla tavola sulla quale stava il piatto con le radici già cotte. Preferirei soffrire per amore di Cristo ed abbandonarmi interamente nelle mani del Medico Divino - esclamò. È stato appunto il Medico Divino a dare le proprietà medicinali a queste radici - fu la pronta risposta di Carenzia. - Vuole che tu ne usi, ne sono certa. Non ne sono così sicura - esclamò la badessa sorridendo - ma vediamo quello che succede. Prese il coltello e cominciò a tagliare le radici per poterle mangiare. Appena il coltello si affondò in esse, ne sgorgò del sangue. Franca posò tranquillamente il coltello sulla tavola, incrociò le braccia e disse dolcemente: - Ora credo di conoscere quello che prescrive il Medico Divino. Quando la badessa notò che Carenzia si adombrava, sorrise più apertamente e disse: - I rimedi della medicina sono inutili, Carenzia, quando Dio manda una malattia per la salute dell'anima. I miei dolori servono a purificarmi. Ma tu soffri talmente - obiettò la priora. Franca, si voltò, e mentre stava per lasciare la stanza, disse: - È molto meglio soffrire in questa vita che nell'altra. Questo pose fine ai tentativi di Carenzia di indurre la badessa a prendere medicine, ma non le impedì di continuare a vegliare sulla salute di Franca. Quando notò che i suoi occhi diventavano sempre più infossati, decise di investigare sulla voce che aveva messo in giro la sacrestana, rimarcando evasivamente. È molto probabile che la Madre usi le mie chiavi, quando noi dormiamo. Carenzia rimase alzata una notte per osservare. Sicuro! Non era ancora trascorsa un'ora da quando tutte si erano ritirate, che la badessa si alzò senza far rumore e lasciò il dormitorio. Carenzia si mise in ascolto. Udì le chiavi girare nella toppa della gran porta della chiesa, e udì il click della porta, quando si rinchiuse dietro la badessa; poi silenzio.
Il giorno seguente Carenzia usò della propria autorità di priora e disse alla sacrestana che avrebbe tenuto con sé, per alcune settimane tutte le chiavi di accesso alla chiesa e alla sacrestia. Ma una notte fu svegliata dal rumore delle porte della chiesa che si aprivano e richiudevano. Si toccò le tasche: le chiavi erano là. Guardò il giaciglio della badessa: la Madre non c'era. Carenzia sospirò, si voltò dall'altra parte e cercò di dormire. Che utilità c'era nel cercare di prendersi cura di una persona che poteva fare magie e miracoli? Lo stesso accadde nelle notti seguenti. Quando il cappellano, un monaco di Chiaravalle della Colomba, venne a confessare le monache e a tenere conferenze spirituali, la priora lo prese in disparte, gli confidò le sue esperienze e chiese che cosa doveva fare per curare la salute della badessa. Il buon sacerdote rise della storia e le disse che sognava. Carenzia lo invitò a rimanere perché potesse costatare lui stesso. Dopo aver consultato il suo abate, il monaco acconsentì. Una notte, egli si nascose in chiesa, all'insaputa di tutti, eccettuata Carenzia, . Dal suo nascondiglio osservò Franca aspergere le monache ad una ad una, mentre in un'unica fila uscivano dalla chiesa e si avviavano al dormitorio. Vide la badessa stessa andarsene dopo una breve visita al Santissimo Sacramento, vide chiudere la grande porta e udì il click della serratura. Aspettò alcuni momenti, poi andò a ispezionare le porte. Non c'era dubbio, erano chiuse a chiave. Allora aspettò nell'oscurità. Il monaco, mentre aspettava, parlò con Nostro Signore nel Santissimo Sacramento, e dopo aver riso di se stesso, disse a Nostro Signore che egli non era altro che uno stupido monaco, per aver accettato un simile patto con la priora. Mentre le ore lente scorrevano pesantemente, chiese al Signore di perdonare la sua stupidità e di accettare in riparazione il tedio di quella notte. Allora udì aprirsi le grandi porte della chiesa; non aveva udito introdurre, né girare alcuna chiave nella toppa. Guardò; e là, mentre le porte si richiudevano, vide la badessa, le mani ancora nelle pieghe delle lunghe maniche, camminare nella chiesa. Quando quelle possenti porte si richiusero quietamente dopo l'entrata della badessa, gli scarsi capelli del frate dovettero rizzarglisi in testa e il suo cuore battergli in gola. Il rimanente della storia è meglio raccontarlo ispirandosi ad un quadro appeso nella chiesa di Piacenza dedicata a Santa Franca, e che dovrebbe esservi ancora, a meno che non sia andato distrutto dalla guerra. Esso raffigura Franca inginocchiata dinanzi ad un altare con le braccia allargate in forma di croce. Proprio di fronte a lei sull'altare è posato un cranio umano, mentre a destra un enorme breviario precariamente in bilico sull'orlo dell'altare è unito con un laccio alle braccia spalancate e sollevate della monaca. Il significato di questo è evidente. Come Mosè sulla cima della montagna, Franca si sarebbe stancata a pregare, e se le sue braccia si fossero minimamente abbassate, lo stesso avrebbe fatto l'enorme breviario, e la caduta sarebbe stata sufficiente a ridestare qualunque badessa addormentata. In un angolo si vede il monaco tremante. La sua Preghiera come l'Olio che alimenta la lampada arde di passione, per Cristo, Franca non riusciva mai a pregare abbastanza. La spiegazione sta non solo nell'amore del suo cuore straordinariamente amante, ma nella stessa natura della preghiera che usava di più. Essa non supplicava il Signore notte e giorno; questa, secondo San Tommaso, è preghiera nel senso più stretto, e per stretto egli intende limitato. Ma Dio sa, e noi sappiamo che dobbiamo domandare. Cristo stesso, richiesto dagli avidi Apostoli di insegnar loro a pregare, diede ad essi ed a noi una preghiera che è piena di suppliche, ed anche di lode. Quando si conosce Dio, Lo si ama; quando Lo si ama, si deve Lodare. Questo è il segreto dell'incessante preghiera e del pregare di Franca, e questa è l'anima stessa della vita Cistercense. La miglior descrizione di una contemplativa è quella di un'anima sempre prostrata davanti a Dio, adorandolo con amore e amandolo con adorazione. Ma il convento di Pittòlo aveva appena finito di organizzarsi, e il suo andamento procedeva senza scosse, quando le Benedettine di San Siro ripeterono la storia, imitando i Benedettini di Molesme che un secolo prima avevano chiesto ritorno di San Roberto da Citeaux; le monache ora, chiedevano il ritorno di Franca da Pittòlo . La loro richiesta era basata sugli stessi motivi dei monaci; ma la storia non si ripeté, poiché questa volta il Papa non esaudì il desiderio delle Benedettine Nere. Si degnò invece di togliere l'interdetto a Piacenza, e lasciò Franca alla sua incessante preghiera. Ciò accadde nel 1216. Dio allora le concesse una pace quale non aveva più conosciuto dal 1187, quando per la prima volta aveva adottato il principio del “nessun compromesso . Franca si trovava press'a poco nel mezzo di una vita normale, ma in realtà era vicina al tramonto; Dio, infatti, aveva decretato che dovesse entrare nell'eternità prima di aver terminato i 45 anni . Durante il periodo pasquale del 1218, Franca sollecitò Carenzia a convocare Padre Giovanni, abate di Chiaravalle della Colomba, poiché sentiva che la sua nuova malattia era differente da quella che aveva così spesso tormentata lei e mosso a pietà la priora. L'abate venne, udì la sua confessione generale, le diede l'Estrema Unzione, alla presenza della comunità, poi ascoltò una sua esortazione, che egli non avrebbe mai potuto sperare di superare, tanto era solidamente spirituale e così giudiziosamente pratica. Egli non poté non meravigliarsi della comprensione intellettuale che questa monaca aveva avuto per la Regola di San Benedetto e del virile indirizzo con cui aveva improntata l'esortazione. Continuate a camminare nel timor di Dio - fu la sua prima esortazione, e Padre Giovanni capì che stava ascoltando una creatura, per cui il timor di Dio non era altro che amore. L'esortazione seguente lo dimostrò: - Siate sempre grate a Dio per la grazia della vostra vocazione. - Poi venne la forza della sua vita: - Mirate sempre ad una più alta perfezione nell'osservanza della Regola e degli Statuti di Citeaux. Non venite a compromessi né con l'una né con gli altri. - Tutti si meravigliarono dell'animazione che essa mise nelle poche frasi seguenti: - Siate convinte che lo zelo nella preghiera è cibo e forza per l'anima, protezione contro i pericoli di tutti i generi, e difesa nei momenti di tentazione. - Come poteva esprimere bene queste verità, dopo averle vissute per trent'anni! Poi toccò il vertice della vita Cistercense: - Coltivate la vera carità fraterna, la umiltà e l'obbedienza. Queste virtù apriranno le porte del Cielo, poiché saranno l'olio delle vostre lampade che arderanno luminose quando voi, come vergini sagge, sarete svegliate dall'arrivo dello Sposo. La sua lampada ardeva di luce abbagliante quando Cristo andò da lei il 25 aprile 1218. Fu seppellita davanti all'altare, dove aveva pregato continuamente giorno e notte: era un altare dedicato all'arcangelo guerriero San Michele, che come lei non era venuto a “nessun compromesso . E là rimase fino al 1266. Poi sebbene nessun breviario fosse caduto dall'altare, si alzò lo stesso. Infatti quell'anno nella festa di San Bernardo quando le monache si riunirono per Mattutino, trovarono la loro chiesa pervasa da un profumo che l'incenso non aveva mai esalato. Mentre l'Ufficio proseguiva, il dolce aroma si fece tanto acuto da divenire quasi opprimente. Le monache eccitate mandarono all'abate Guglielmo Quattrocchio, di Chiaravalle della Colomba, un messo veloce che riferisse del soave aroma che sembrava provenire dalla tomba di Franca. Quando il messo trafelato irruppe nella stanza dell'abate, Padre Guglielmo fece un gesto che gli impose il silenzio e disse: So perché sei venuto. La badessa Franca è già stata qui per dirmi come sia volontà di Dio che le sue spoglie siano onorate più degnamente. Padre Guglielmo con due monaci partì per Pittòlo . Giunti alla porta della chiesa sentirono il soave profumo e videro un gruppo di monache con gli occhi grandi per lo stupore. L'abate indossò il camice, il cingolo e la stola e invitò i due monaci a esumare il corpo. A questo punto la badessa intervenne per dire che Carenzia aveva insistito che le spoglie di Franca fossero sigillate in una bara di piombo e seppellite molto in profondità, per impedire che le monache di San Siro potessero farle rapire. Ma mentre parlava, uno dei monaci colpì il metallo che non si trovava nemmeno a un piede sotto il pavimento della chiesa. L'abate Guglielmo guardò la badessa. Essa sollevò semplicemente gli occhi e le mani al cielo e mormorò: È un miracolo! Padre Guglielmo divenne cauto; ordinò ai monaci di smettere gli scavi, e alle monache di circoscrivere con una corda l'area dove si trovava la tomba. Poi mandò a dire al Vescovo di Piacenza di convocare i più saggi della diocesi per un incontro speciale. Il 28 agosto, una brillante assemblea ecclesiastica con mitre, croci pettorali, anelli, rocchetti, semplici cotte e comuni cocolle, si raggrupparono davanti all'altare di San Michele per vedere sollevare ed aprire la bara di piombo. In essa trovarono un corpo piuttosto ben conservato e immerso in un olio odoroso. Con esso si riempirono più fiale di quelle che la vedova di Sarepta avrebbe mai sognato di riempire, e successivamente furono attribuiti a quest'olio più miracoli che non vi fossero fiale. Il fatto eccezionale ebbe l'effetto desiderato: il suo corpo fu sepolto con maggior decoro, e Franca nel 1278 fu Beatificata. Nel 1559 la badessa Lucia di Pittòlo fece costruire una chiesa in Piacenza e la dedicò a Santa Franca, la donna che non volle ammettere nessun compromesso, perciò visse e morì come ogni vero monaco o monaca Cistercense dovrebbe vivere e morire, sempre parlando con Dio
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